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Attualita

Starbucks? No pasarán! Manifesto (fondamentalista) del caffè all’italiana

di Francesco Prisco
06 Settembre 2018

«Puoi vendere ghiaccio agli eschimesi, se sai ascoltare gli eschimesi», recita un vecchio proverbio americano. Laggiù, negli Stati Uniti, sono bravissimi a vendere qualsiasi cosa a chiunque, hanno inventato il marketing moderno e per questo vogliamo loro un mondo di bene. A noi italiani due cose, fino a ieri, si erano guardati bene dal vendere: la pizza e il caffè. Perché in effetti di vendere ghiaccio agli eschimesi si trattava. Poi è arrivata Domino’s Pizza e adesso, in epoca di sovranismo imperante, a Milano approda pure Starbucks, la quintessenza del caffè all’americana. Sarà che hanno imparato ad ascoltarci.

Americani con l’«Italian sounding»
Parliamo di due colossi che hanno in altrettanti prodotti, fortemente ancorati all’identità del Bel Paese, quanto possono esserlo gli spaghetti e il mandolino, il loro core business. Due concept che gli americani hanno saputo vendere al mondo intero giocando sull’Italian sounding, sul fascino discreto della terra «dove ’l sì suona». E ci volevano giusto gli americani per vendere, da Tokyo a Rio de Janeiro, cappuccino e frappuccino mentre noi (che non siamo mica gli americani), primi tra le genti a esaltare il combinato disposto di latte e caffè, ci siamo ben guardati dall’esaltare su scala globale il potenziale commerciale delle nostre invenzioni baristiche, perché al fin della fiera resteremo sempre un popolo di santi, poeti e navigatori tutti terribilmente individualisti, troppo per fare squadra.

Tra la moka e James Joyce
L’Italia non ha un solo caffè, così come la sua storia è soprattutto storia di disfide, comuni, repubbliche, soldati di ventura, guelfi, ghibellini e regni territoriali. Ogni caffè è una scuola di pensiero, con i suoi miti e i suoi riti, tradizioni diverse che proprio nella diversità hanno un fattore di ricchezza. Quelle due sillabe magiche a Milano significano libertà di pensiero, amore per il confronto, emancipazione dalla superstizione, quegli stessi valori che erano la miscela de «Il Caffè» inteso come la rivista dei fratelli Verri, nel Settecento laboratorio dell’illuminismo di qua dalle Alpi. C’è una scuola piemontese del caffè, con esiti industriali molto importanti grazie a , ambasciatore dell’Italia nel mondo che, per conto di un americano atipico (Jim Jarmusch), tira avanti a Coffee and Cigarettes. Non è retorica, ma pensiero espresso. Pensate a tutto questo assieme prima di fare un salto a Cordusio, dove apre il primo Starbucks italiano. E magari andateci lo stesso, perché la diversità è sempre arricchimento ma, sulla nostra identità di caffeinomani, gli americani «no pasarán». Oppure non ci andrete, perché il caffè è passione arabica, voi siete fondamentalisti, il vostro grido è stato, è e sarà sempre: «Passalacqua Akbar». O meglio ancora: Passalacqua al bar.