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Politica Economica

Nuova Telecom: resta la rete, fuori i servizi

di Carmine Fotina e Antonella Olivieri
23 Novembre 2018

Spunta l’ipotesi dello “spezzatino” Telecom all’incontrario, dove a uscire dal perimetro dell’incumbent non sarebbe più la rete, bensì la società dei servizi. E nel contempo M5S e Lega si ricompattano su una versione comune dell’emendamento per favorire la creazione di una rete unica con Open Fiber. La rete resterebbe in Telecom nella sua interezza, senza dover più fare esercizi funambolici di assegnazione a una parte o all’altra delle componenti “intelligenti”. L’infrastruttura, che già è considerata strategica ai fini del golden power, non dovrebbe più essere spezzata in due: l’accesso, che è ancora prevalentemente in rame, e il resto, fino alla centrale e al cabinet (l’armadietto sul marciapiede) che è già quasi tutto interamente in fibra ottica.

Lo scorporo della parte d’accesso - progetto che è stato sottoposto all’Agcom già da marzo dalla precedente gestione Genish - comporterebbe una valutazione penalizzante dell’asset, probabilmente proibitiva per Telecom considerato che la rete è l’unico asset fisico a garanzia dell’ingente debito che è dell’ordine di 30 miliardi. L’ottica di un’unificazione con Open Fiber - che ha come progetto quello di costruire una dorsale nazionale tutta in fibra con meno di mille addetti a regime - sarebbe incompatibile sia con la speranza di mantenere il valore della rete d’accesso ai 15 miliardi a cui implicitamente è iscritto in bilancio, sia con l’ipotesi di trasferire 20mila-30mila dipendenti. La parte in rame, che per l’incumbent ha un indubbio valore d’uso, per una società “tutta fibra” rappresenterebbe solo un costo di smaltimento. La fibra inoltre richiede interventi di manutenzione minimi rispetto a quelli necessari a mantenere efficiente una rete in rame, di certo una newco per l’Ftth (fiber to the home, fibra fino all’utente finale) non potrebbe reggere un organico di decine di migliaia di dipendenti.

Più semplice, quindi, separare la società di servizi che, senza l’infrastruttura, non avrebbe più vincoli a fondersi con una società di contenuti, come Vivendi o Mediaset. Le altre attività di Telecom sono già sotto il cappello di società legalmente separate. C’è Sparkle, la società dei cavi internazionali soggetta a golden power, che è una Spa oggi controllata al 100% da Telecom. C’è Inwit, la società quotata delle torri per la telefonia mobile, controllata al 60%. C’è Tim Brasil che fa capo per i due terzi a Telecom ed è quotata alla Borsa di San Paolo. Resterebbe da separare, appunto, solo la società di servizi, anche se probabilmente un problema di esuberi, seppur più limitato, si porrebbe comunque.

E sull’occupazione si sta giocando in questi giorni la partita politica sulla norma per la rete unica. Le divergenze tra M5S e Lega sulla “clausola occupazionale” legata alla remunerazione degli investimenti e quindi alle tariffe (si veda Il Sole 24 Ore il 16 novembre) si sono concretizzate ieri in una riformulazione. L’ha spuntata M5S: si torna a parlare di forza lavoro, non più però «dell’impresa separata» ma «dei soggetti giuridici coinvolti», formula che può appunto consentire di separare la parte servizi da Tim e non la rete. Un’altra correzione cancella il riferimento alla velocità minima di 1 gigabit, consentendo di lasciare in pancia alla nuova società anche il rame. E viene eliminato un altro paletto: i vantaggi regolamentari potranno essere concessi anche senza verifiche delle Authority sugli impatti di mercato.

Ma non è l'unico frammento di una giornata ad alta tensione. In mattinata è arrivata una sorta di frenata da parte del ministro dello Sviluppo economico che, alla Camera, ricordando che «il nostro obiettivo è quello di salvaguardare il livello occupazionale», ha aggiunto che «sullo scorporo della rete» di Tim «adesso non c'è alcun progetto in corso». Un commento che - sommato al rinvio del tavolo con i sindacati - era parso a molti l’intenzione di prendere una pausa di riflessione sul tema. Poche ore dopo una nota del ministero correggeva il tiro, smentiva voci di stampa e rilanciava la norma in esame al Senato: lo Sviluppo economico «non ha ricevuto alcun progetto segreto sullo scorporo della rete Telecom. Con l’emendamento al Dl fiscale si creano le condizioni per rendere appetibile e sostenibile la realizzazione di una rete unica a banda ultralarga». Il ministro e leader M5S vuole tenersi lontano dall’accusa di interferire con dinamiche di mercato, un rischio molto alto visti i vari documenti - più o meno anonimi - fatti circolare negli ultimi giorni, compreso quello sui 30mila dipendenti da far confluire nella newco della rete, citato da Il Messaggero, dal quale il governo prende le distanze.