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Attualita

Il «filo rosso» della dottrina economica di papa Francesco

di Carlo Marroni
07 Settembre 2018

Nella sua pastorale «economica» Papa Francesco non lascia indietro niente e nessuno. È chiara nella comprensione, ma complessa nell’argomentazione. E molto incisiva nelle conclusioni. Nell’intervista al direttore del Sole 24 Ore
Certo, non tutti i pontefici hanno declinato la Dottrina allo steso modo, ma un filo rosso che li lega c’è eccome. Benedetto XVI, il papa-teologo, ha guidato la Chiesa in un periodo tormentato non solo per i fatti interni al mondo ecclesiale, ma anche a cavallo della deflagrazione e successivo sviluppo della crisi finanziaria ed economica: già nel 2008 pensò di dare alle stampe un documento, ma attese un po’ di mesi visto il progredire devastante della congiuntura. E nel giugno 2009 diede alle stampe l’enciclica Caritas in Veritate, dove affrontò di petto i temi della disuguaglianza e dell’immoralità delle speculazioni finanziarie. Un testo deciso, in cui era netta l’impronta ratzingeriana, con la presenza dei temi dell’ateismo, del relativismo, della sessualità. E certamente rappresentò un passo avanti rispetto al precedente documento economico, la celebre Centesimus Annus di Giovanni Paolo II, enciclica scritta dal papa polacco a cento anni dalla Rerum Novarum di Leone XIII, la pietra miliare della Dottrina Sociale, un manifesto di giustizia in mezzo alla rivoluzione industriale che aveva creato una classe di sfruttati, facile preda tra l’altro delle dilaganti idee socialiste. La Centesimus Annus è un documento fondamentale, forse il punto di maggiore prossimità tra la dottrina cattolica e il capitalismo classico.

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Il contesto è importante: è il 1991, l’Est da cui il Papa proveniva aveva da poco aperto le porte, e nel pensiero della Chiesa globale wojtyliana aveva spazio l’influenza dei filosofi ed economisti americani, che avranno ascolto (anche se in misura minore) con Ratzinger. Questo non è il solo documento economico-sociale di Giovanni Paolo: in precedenza aveva scritto nel 1981 la Laborem Exercens – che rimetteva il lavoro al centro della vita sociale, tema da lui ben conosciuto viso il suo passato di operaio – e Sollicitudo Rei Socialis (1987) sulla libera iniziativa economica, da leggere anche con un occhio critico ai sistemi centralizzati comunisti.

La svolta sui temi globali di Paolo VI
Un percorso quindi abbastanza serrato, visti i tempi della Chiesa, ad anni di distanza dalla fondamentale Populorum Progressio di Paolo VI – citata largamente da Bergoglio nell’intervista a Guido Gentili – in cui Montini, che aveva da poco chiuso il Concilio (che grandi speranze aveva acceso nel mondo cattolico), affrontava i problemi del mondo, in qualche modo precorrendo la globalizzazione, sollecitando gli stati ad affrontare le sfide dell’umanità, spaccata tra ricchi e poveri. La novità è forte: si passa da un approccio «caritatevole», quindi di fatto circoscritto, al coinvolgimento delle responsabilità delle nazioni, in una fase di impetuoso e disordinato sviluppo economico.

Per ritrovare un pilastro della Dottrina sociale bisogna risalire indietro fino a Pio XI e alla sua Quadragesimo Anno, scritta per i 40 anni, appunto, dalla Rerum Novarum. Un documento che esce nel 1931, a meno di due anni dal crollo di Wall Street e dell’inizio della grande depressione. E infatti il testo di Papa Ratti – ancora studiato a fondo e capace di ispirare la nascita di una Fondazione per lo studio del pensiero economico della chiesa – descrive i danni di un capitalismo incontrollato. Se si scorre, pare un testo scritto oggi, o al massimo dieci anni fa. Esattamente quando la crisi ebbe avvio, con il crack della Lehman Brothers.