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Politica Economica

Neostatalismo di governo, la versione di Bonomi: «Manca una visione industriale»

di Paolo Bricco
21 Luglio 2018

«La Cassa depositi e prestiti è il cuore del risparmio italiano. È il frutto del lavoro e della fatica dei nostri nonni e delle nostre nonne. Non dobbiamo mai dimenticarlo. È una potenza finanziaria. Ma è anche lo specchio dell’anima del nostro Paese. Non rileverei un problema se questi risparmi venissero correttamente utilizzati. Ma, visto lo spettacolo delle ultime settimane, che la Cassa depositi e prestiti possa diventare un carrozzone statale, beh, qualche timore ce l’ho».

Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda, inizia così un lungo colloquio con Il Sole-24 Ore. Un colloquio che parte proprio dagli impulsi neo-statalistici e neo-dirigisti che stanno prendendo sempre più corpo intorno alla Cassa depositi e prestiti, ultimo tassello di una politica economica e industriale che – fra una Alitalia auspicata al 51% italiana e una Ilva di nuovo instabile giuridicamente e negli assetti di proprietà, un irrigidimento del mercato del lavoro con il Decreto dignità e una caduta nel dimenticatoio del problema delle infrastrutture – sta componendo un quadro insieme decisionista e declaratorio, interventista e calato dall’alto, senza alcun coinvolgimento delle parti sociali, prima di tutto il mondo delle imprese.

La Cdp nasce sull’impostazione colbertiana del “mercato dove possibile, il pubblico dove necessario”. Ma, oggi, rischia di assumere il profilo da piccola Iri, defocalizzata nei settori di intervento e chiamata in causa ogni volta che si verifica una crisi ad alto impatto sociale.

Il punto è proprio questo. Fra Lega e Cinque Stelle abbiamo assistito all’iniziale dibattito se trasformare la Cdp in una debt bank deputata alla gestione del debito pubblico nelle sue diverse forme o se conservare l’attuale fisionomia di soggetto che investe in altre imprese. Sembra che abbia prevalso quest’ultima impostazione. Benissimo. Il problema però è che, anziché operare una rifocalizzazione su alcuni specifici settori industriali giudicati strategici, la tentazione è quella di ampliare ancora di più il già amplissimo spettro dei comparti. Non va bene. Serve prima di tutto una nuova visione sull’esistente. E, poi, non è possibile che la Cdp diventi il “San Camillo” chiamato al capezzale di ogni malato industriale.

Ilva e Alitalia, non c’è dossier su cui non aleggi il nome della Cdp. Una Cdp su cui, ieri, almeno è stato trovato l’accordo sull’amministratore delegato nella persona di Fabrizio Palermo.

Sono due discorsi distinti. Il tema delle nomine è di merito. Sono lieto che abbiano trovato l’accordo che sblocca la situazione. Ma va detto che la lunga impasse sui vertici operativi, con il conflitto fra Lega e Cinque Stelle, ha restituito la fotografia di un empito spartitorio molto da Prima Repubblica. Invece, il tema di dove allocare le poche risorse finanziarie è di merito. Basta pensare ad Alitalia. Ma che senso ha, prima ancora che discutere di controllo pubblico o privato e dell’idea che il 51% debba essere in mano agli italiani, non definire che cosa vuoi fare di Alitalia. Le compagnie aeree o sono full service a lungo raggio o sono low cost. Ormai, dagli anni Novanta, è quella la biforcazione del modello di business. E, dagli anni Novanta, l’Alitalia non ha scelto. Tanto più oggi, che ha solo 121 aerei, pochi dei quali sul lungo raggio. Alitalia rischia di essere come l’asino di Buridano, che morì perché non sapeva quale dei due monti di biada scegliere. Se pensiamo che quella biada vuole essere rinnovata con altri soldi pubblici e che Alitalia rischia di morire, allora il gioco diventa inaccettabile.

Di Maio ieri ha riaperto per l’ennesima volta i giochi sull’Ilva, la cui «gara è stata un pasticcio, che ha leso la concorrenza», nelle parole del ministro.

Constato che i tanto vituperati Riva facevano più investimenti e realizzavano utili, mentre in sei anni di gestione statale si sono accumulati perdite e debiti. Temo che, adesso, possano aprirsi contenziosi sia da parte di Arcelor Mittal sia da parte della cordata perdente. Di nuovo, non capisco la visione industriale del Governo, che deve trovare per il bene della manifattura italiana una sintesi fra le pulsioni anti-industriali dei Cinque Stelle e la cultura produttivista della Lega, che governando pezzi del Nord da 25 anni conosce le esigenze del ciclo della manifattura. Vogliamo, a livello generale, uscire dalla siderurgia? Sarebbe incomprensibile e ultra-dannoso. A livello particolare, un’altra cosa mi preoccupa: lo stato di abbandono dell’indotto, le cui commesse non vengono saldate, e le condizioni degli impianti, con le lavorazioni ancora attive e, al contempo, lo stop agli investimenti interni e l’allentamento sulla manutenzione. E se qualcuno, a Taranto ma anche a Cornigliano e a Novi Ligure, si facesse male?

La siderurgia è una sorta di infrastruttura dell’industria italiana. Ci sono poi le infrastrutture fisiche: il completamento della Pedemontana, il Terzo Valico, l’allargamento verso Nord-Est dell’alta velocità.

Nel Governo coabitano due anime. E questo non va bene. Per le infrastrutture fisiche, di cui il Nord ha un bisogno vitale. E per quelle digitali e immateriali, come i tecnici della Pubblica amministrazione. La Pa è fondamentale. Quando ci confrontiamo con la Germania e la Francia, su quest'ultimo campo perdiamo. Il blocco del turnover non funziona. E l’interventismo aspro del Governo con le tecnostrutture comel’Inps, l’Istat e la Ragioneria dello Stato e con le burocrazie ministeriali non è nella direzione di una valorizzazione di un corpo dello Stato che va sì riformato, stimolato e pungolato ma che, istituzionalmente, non va mai delegittimato e aggredito. La forza del nostro sistema industriale dipende anche dalla sua rigenerazione, non dal suo annichilimento.