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Politica

Di Maio tra «Donnie Brasco», Franco e Ciccio: l’agente provocatore è tutto un cinema

di Francesco Prisco
05 Settembre 2018

«Cari corrotti, cari corruttori», è il vicepremier con deleghe a Lavoro e Attività produttive ) del quale finisce per diventare veramente amico. E proprio attraverso il tradimento (doloroso) di un sentimento vero (l’amicizia) e un disinvolto rimbalzare tra le categorie di legalità e crimine passa il buon esito della missione di Donnie. Perché - a dirla tutta - Donnie Brasco è un film che mostra i limiti e le criticità dell’utilizzo della figura dell’agente provocatore, ma queste non sono sottigliezze che interessano a Gigino. Vuoi mettere quanto è bella la giacca di pelle di Johnny Depp?

Se il finto sceicco assomiglia a Andy Luotto
Di agenti provocatori, sfogliando gli annali della storia del cinema, poteva trovarne parecchi Di Maio il giovane. Nel ’91, per esempio, Kathryn Bigelow gira Point Break e Keanu Reeves si infiltra in una banda di surfisti nichilisti capeggiata da Partick Swayze che, quando non surfa, svaligia banche indossando maschere gommose di presidenti degli Stati Uniti. Inseguimenti, cazzotti, dolci baci e languide carezze in riva alle onde del Pacifico, per questo cult movie che, ancora una volta, tutto è tranne che un’esaltazione dell’efficacia dell’istituto dell’agente provocatore. Ma si sa che a Hollywoood sono tutti democratici. E poi il profilo di Luigi Di Maio non sembra ricordare molto quello di Keanu Reeves. In tempi più recenti (2013) è uscito American Hustle di David O. Russell, film che ricostruiva con dovizia di particolari la celebre operazione Abscam, ossia quando negli anni Settanta l’Fbi assoldò due ex truffatori per beccare con le mani nella marmellata un bel po’ di membri del Congresso particolarmente disinvolti in fatto di mazzette. Un gioco di ruolo nel quale è previsto che un tizio si travesta da sceicco Abdullah e offra regalie ai parlamentari furbacchioni. Ma l’America, come diceva il poeta, è lontana («dall’altra parte della luna»). Quaggiù il primo finto sceicco che ci viene in mente è al massimo Andy Luotto.

Quando Franco e Ciccio lavoravano alle Entrate
Allora guardiamoci in casa, a quello straordinario campionario di italici costumi, usi e abusi che fu la commedia all’italiana degli anni d’oro. Nel 1971 un onesto artigiano di quest’arte, tale Mino Guerrini, gira ...Scusi, ma lei le paga le tasse? con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia dipendenti in disgrazia del ministero delle Finanze che, per riconquistare la fiducia dei superiori, si lanciano in una missione impossibile: rintracciare il misterioso vincitore della lotteria nazionale e costringerlo finalmente a pagare le tasse. Eccoli a bussare alla porta della sontuosa dimora in cui vive Lino Banfi, proponendogli «un grosso affare, una tenuta in Calabria del valore di oltre mezzo miliardo, con villa padronale, case per contadini, piantagioni, vivai eccetera. Si potrebbe avere per 60 milioni purché l’affare sia concluso prima di sabato». Ma il pesce non abbocca: «E siete venuti proprio da me?», risponde disperato il comico pugliese. «Io non c’ho più niente, sono sul lastrico». Anzi: sul lestrico. «Ho perso tutto e sono io il colpevole... Io mi ammezzo, ditemi disgrazieto». Perché un’altra lezione per i neofiti del culto dell’agente provocatore è proprio questa: se ti metti la barba finta, non solo ti tocca rimbalzare con disinvoltura tra la legalità e il crimine, ma hai ottime probabilità di incappare in un «attore» che reciti meglio di te. Nel Paese che ha inventato l’avanspettacolo più che in ogni altra parte del mondo.