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Politica Economica

Sace: il gap infrastrutturale frena l’export, persi 70 miliardi

di Giorgio Santilli
09 Giugno 2018

L’Italia perde 70 miliardi di euro l’anno di export per la carenza delle infrastrutture commerciali: 4 punti di Pil o, se si preferisce, un 16% aggiuntivo rispetto ai 448 miliardi di esportazioni di beni del 2017 o dei 474 stimati per il 2018. Ma le imprese italiane non solo perdono business, pagano anche un sovraccosto in “bolletta logistica” di 13 miliardi l’anno, 11% rispetto alla media Ue. L’ultimo Rapporto Sace sull’export, «Keep calm & Made in Italy», che sarà presentato il 12 giugno, dedica un capitolo alle penalizzazioni indotte da una logistica nazionale carente rispetto a quella dei principali competitor, a partire dalla Germania che vanta le migliori performance. Il grido di allarme nasce proprio dal confronto con la Germania cui il Logistic Performance Index (Lpi) della Banca Mondiale attribuisce il primo posto contro il 19° dell’Italia. Non molto difformi i confronti basati sul Global Competitiveness Index (Gci) del World Economic Forum (si veda il grafico a fianco). Il confronto con i tedeschi ci vede sfavoriti anche nella spesa per investimenti in logistica che in Italia viene stimata in 30 miliardi circa l’anno fra il 2013 e il 2017 e in Germania di 50 miliardi annui.

Uno dei temi che il Rapporto Sace affronta è la scarsa competitività del nostro sistema di trasporto marittimo che detiene una quota di export del 26,5% e di import del 30,5% contro rispettivamente il 38,5% e il 34,6% della strada. In un mondo dove il 90% delle merci viaggiano su nave. Non viene sfruttata, in altre parole, la nostra posizione geografica altamente competitiva. «Rispetto a 10 anni fa - afferma Sace - anche in virtù degli scarsi investimenti in infrastrutture marittime e portuali tra il 2013 e il 2017, l’Italia ha perso connettività riguardo alle principali reti marittime internazionali». Anche qui un indicatore internazionale aiuta: il Liner Shipping Connectivity Index ci dà al 19° posto con 63 punti (il valore base è Cina 2004) e la Cina attuale a 159 punti.

A proposito di Cina, il Rapporto Sace si interroga sull’utilità della partecipazione italiana alla Belt and Road Initiative, il progetto di nuova “via della seta” cinese. Una sorta di «piano Marshall» cinese, con investimenti per 350 miliardi di dollari in 5 anni, dove però «l’ambizione è dirigere i propri traffici commerciali e investimenti diretti esteri». Nonostante questa lettura cruda, il Rapporto ritiene che «per l’Italia la Bri, nella sua configurazione attuale, è un incentivo alla modernizzazione delle infrastrutture logistiche, un’occasione di collaborazione e un propulsore per l’export».