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Politica Economica

Non solo dazi, nell’era Trump accordi di libero scambio sempre più in crisi

di Marzio Bartoloni
23 Marzo 2018

Per il commercio mondiale il vento sembra cambiato: rispuntano i dazi e si moltiplicano le barriere non tariffarie spesso anche più insidiose. Ma tra le vittime della nuova era Trump ci sono anche gli accordi commerciali di libero scambio che dopo l’esplosione a inizio degli anni novanta - all’alba della globalizzazione - negli ultimi anni sono diventati sempre meno frequenti e in diversi casi recenti sono finiti su un binario morto come è accaduto per il Ttip, l’accordo per il libero scambio tra Usa e Ue finito nel mirino del nuovo presidente Usa già quando era solo un candidato nella corsa alla Casa Bianca.

Gli accordi di libero scambio hanno indubbiamente segnato una battuta d’arresto in seguito all’insediamento della nuova amministrazione statunitense. Che ha deciso di sacrificare i negoziati sul Transatlantic Trade and Investment Partnership Agreement (TTIP) tra Stati Uniti ed Unione europea come quelli per l’avvio del Trans-Pacific Partnership Agreement (TPP) tra i 12 maggiori paesi affacciati sul Pacifico (esclusa la Cina). L’ultimo Trade agreement di rilievo è quello siglato tra Canada e Unione europea (il Ceta) che però deve ancora essere ratificato dai Parlamenti nazionali dei Paesi europei. Cosa non affatto scontata visto il cambio di guardia di alcune maggioranze (come in Italia) dove i detrattori potrebbero ribaltare il voto dell’Europarlamento. Il trend sul numero di accordi siglato è comunque in discesa già da alcuni anni come dimostra l’aggiornatissima banca dati Desta (Design of Trade Agreements) che per il 2017 ne registra solo 2 - quello tra Canada e Ucraina e il Pacific agreement on closer economic relations -, dopo gli 8 del 2016 e gli 11 del 2015 contro i 25-30 in media all’anno tra metà anni Novanta e metà anni Duemila che può essere considerata l’età dell’oro della globalizzazione e dell’apertura del commercio mondiale.

Il calo del numero di accordi commerciali non ha però solo ragioni “politiche”. Per gran parte degli anni Novanta il grado di apertura delle economie mondiali è cresciuto, ma dalla metà dello scorso decennio il processo ha decelerato. Se negli ultimi anni il rallentamento riflette anche un crescente peso di posizioni scettiche sulle politiche di integrazione internazionale nell’opinione pubblica dei paesi più sviluppati, il fenomeno va considerato in una certa misura anche fisiologico: l’apertura commerciale di alcune economie, prima fra tutte la Cina, ha rappresentato un evento irripetibile, che negli anni scorsi ha imposto al processo di globalizzazione un’accelerazione forte ma temporanea. «Una spiegazione del calo - spiega Andrea Dur, docente di relazioni internazionali e tra i fondatori di «Desta» - è dovuta anche al fatto che ormai molti Paesi hanno sviluppato numerosi accordi tra di loro. Prendiamo il caso dell’Europa che ne ha con la maggior parte dei suoi partner commerciali, ecslusi alcuni casi difficili come USa, Cina e Australia». Dur sottolinea anche un’alta ragione: «La liberalizzazione del commercio all’interno del Wto è andata molto avanti, se oggi un accordo commerciale vuole avere un impatto deve essere ambizioso e non fermarsi solo alle tariffe ma toccare punti sensibili come standard sul cibo, investimenti, servizi, cooperazione regolatoria, concorrenza, ecc. Tutti settori questi molto delicati su cui è difficile negoziare a livello internazionale».