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Politica Economica

Dai rider ai servizi cloud, un milione gli addetti della gig economy

di Nicoletta Cottone
02 Giugno 2018

C’è chi pedala in sella a una bicicletta o sfreccia col motorino per consegnare pizze e pasti pronti, ma anche chi si occupa di servizi cloud, come l'elaborazione dati. O chi si rivolge a servizi più tradizionali di babysitting o di pulizie per chi affitta casa su Airbnb. Il pianeta della “gig economy” in Italia occupa tra 700mila e un milione di giovani addetti.

La prima fotografia sui nuovi lavori “on demand'” che si offrono e si scambiano su app e piattaforme web, è stata scatatta dalla Fondazione Rodolfo Debenedetti con una indagine ad hoc. I primi risultati sono stati presentati al Festival dell'Economia di Trento, che ha messo al centro del dibattito proprio il rapporto tra lavoro, tecnologia e diritti. I rider sono appena il 10% di questa nuova galassia di lavoratori e di questi sono circa 10mila quelli che lavorano per le piattaforme di food delivery. Nella ricerca della Fondazione un 45% si dichiara tra soddisfatto e molto soddisfatto del suo lavoro che rimane comunque in gran parte occasionale, visto che il 50% dei gig worker lo fa per 1-4 ore a settimana e il 20% tra 5 e 9 ore.

La metà è donna
Circa la metà di chi fa questi lavori è donna, con livelli di studio elevato. Solo per 150mila, lo 0,4% dell’intera popolazione, si tratta dell'unico lavoro. Gli immigrati rappresentano il 3 per cento. Questi lavoratori vengono contrattualizzati nel 10% dei casi come cococo, mentre il 50% con collaborazione occasionale a ritenuta d'acconto. Più del 50% viene pagato a consegna, mentre meno del 20% è pagato a ora. Il guadagno medio si attesta sugli 839 euro per chi lo fa come lavoro principale e 343 euro per chi lo fa come lavoretto (in media circa 12 euro lordi l'ora).

I rider in Italia sono 10mila
In Italia i rider sono circa 10mila. E sono soprattutto giovani o giovanissimi, che arrotondano, magari durante il percorso di studi, incassando in media circa 12,5/12,8 euro lordi l'ora. Mestieri da fare per pochi mesi prima di passare a qualcosa di meglio. I dati sono stati illustrati al Festival dell'Economia di Trento da due dei maggiori player del settore del food delivery, Deliveroo e Foodora, nel corso di un confronto sui nuovi lavori della Gig Economy.

Il 78% è under 30
Deliveroo, ha spiegato il country manager per l'Italia Matteo Sarzana, «ha più di 2mila rider» nelle 17 città dove è presente: «Il 78% è under 30. In media le ore lavorate sono 10 e più della metà sta con noi meno di 4 mesi». Solo il 17% resta tra i 6 mesi e un anno mentre appena il 15% lavora per la piattaforma più di 12 mesi. «Metà dei rider sono studenti, un terzo lo fa come secondo lavoro, anche per altre piattaforme e solo un sesto dichiara di non essere occupato». L'inquadramento è con la collaborazione occasionale con ritenuta d'acconto e la paga media oraria è di 12,80 euro l'ora. Il 70% dei nostri rider, spiega Sarzana «è passato per scelta dalla paga oraria a quella a consegna» e la piattaforma, come garanzia, si impegna a mettere la differenza se non si raggiunge la media di 1,5 consegne l'ora. In più «abbiamo lanciato una polizza globale che copre danni contro terzi e infortuni, garantendo il riconoscimento di una diaria nel momento in cui accada qualcosa per cui non può essere eseguita la prestazione». Il 96% dei rider sceglie questo lavoro per le caratteristiche di flessibilità.

Molti studenti o attività integrativa per lavoratori
Numeri simili per Foodora Italy, come ha mostrato il ceo Gianluca Cocco: «I nostri rider sono inquadrati come cococo, quindi con le tutele previste da quel contratto, e il compenso è fissato a 5 euro a consegna, inclusivo di contributi, su base oraria viene proiettato a 12,50 euro l'ora. Nove su 10 ha tra 18 e 34 anni, circa 8 su 10 sono studenti o lavoratori che vedono questa come una attività integrativa e le ore lavorate per circa 8 su 10 non superano le 25 ore settimanali. Quasi 9 su 10 si dicono soddisfatti o neutrali».

I sindacati: non chiamateli lavoretti
Non vanno chiamati lavoretti, protestano intanto i sindacati, con Susanna Camusso che attacca i grandi player che non hanno firmato la carta di Bologna e Marco Bentivogli che sottolinea la necessità di «creare nuove tutele». Ma le tutele, ribattonoFoodora e Deliveroo, questi lavoratori le hanno già e in ogni caso il tavolo su cui aprire questa discussione deve essere «nazionale» e non «Comune per Comune».