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Via libera dal cda Tim alla joint con Canal Plus

di Antonella Olivieri
21 Ottobre 2017

Via libera, a maggioranza, alla joint-venture Tim-Canal Plus. Il term-sheet approvato ieri dal consiglio di Telecom Italia non è quello che era stato scritto originariamente. Intanto - come anticipato da «Il Sole-24Ore» del 19 ottobre - sono stati riequilibrati i pesi azionari, con la quota di Canal Plus che è raddoppiata al 40% e quella di Tim che è scesa dall’80% al 60%. Il cda della nuova società - che si chiamerà Tim vision e non Canal Plus Italia, come si era ipotizzato - sarà composto da cinque membri, di cui tre designati dalla compagnia telefonica e due dalla pay-tv del gruppo Vivendi. Amministratore delegato e direttore finanziario saranno nominati da Tim, il responsabile dei contenuti, come logico nella suddivisione delle competenze, da Canal Plus. Tuttavia nel board due rappresentanti dei fondi, Lucia Calvosa e Francesca Cornelli, avrebbero confermato - pare anche riservandosi di fare un esposto alla Consob - il voto contrario espresso il giorno prima sull’operazione nel corso del comitato controllo e rischi, che è presieduto dalla stessa Calvosa. Tempi brevi comunque per il varo dell’iniziativa - non dovrà più passare al vaglio del cda - che dovrà predisporre un’offerta di contenuti video premium allo scopo di accelerare lo sviluppo della connettività in banda ultralarga. La dotazione di capitale iniziale dovrebbe essere compresa tra 50 e 60 milioni.

Nel consiglio Telecom - assente solo Franco Bernabè - si è iniziato anche ad affrontare il tema delle prescrizioni imposte dal Governo con l’esercizio del golden power, per ora ai sensi dell’articolo 1 della legge 56/2012 (difesa e sicurezza nazionale), e della notifica fatta dalla stessa Tim ai sensi dell’articolo 2 (attivi di rilevanza strategica nel campo delle comunicazioni). Si sarebbe discusso anche dell’incontro avuto il giorno prima dall’ad Amos Genish con il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda. Pare che oltre a Calenda (si veda articolo a fianco), anche Genish non abbia gradito di non essere stato aggiornato delle valutazioni in corso a livello del suo azionariato a proposito di eventuali ricorsi contro il provvedimento governativo. Per quanto riguarda l’azienda comunque - assicura un portavoce - «il ricorso non è assolutamente in agenda». Chiaramente Telecom dovrà valutare bene le implicazioni per l’operatività del business degli obblighi governativi, in particolare dell’istituzione di una nuova unità organizzativa autonoma, affidata a un funzionario del Dis, a presidio degli asset strategici, Sparkle, Telsy e la rete Telecom. Non escludiamo, spiegano da Telecom, di rivolgerci al Governo per discutere delle misure da mettere a punto, ma in «modo rispettoso e costruttivo».

Il comunicato della società, nel riferire che il «consiglio di amministrazione ha fatto riserva di approfondimento degli effetti delle determinazioni assunte dal Governo», ha specificato che «Tim condivide pienamente le preoccupazioni del Governo circa la tutela della sicurezza e difesa nazionale, esigenze rispetto alle quali intende porre in essere ogni utile confronto in uno spirito di piena collaborazione, fermi restando gli interessi aziendali».

Una posizione che prescinde dalle valutazioni che farà Vivendi (ci sono 60 giorni di tempo per ricorrere al Tar), che, da parte sua, ha voluto però lanciare un segnale distensivo dichiarando la volontà di «lavorare fianco a fianco con il Governo italiano per rispondere alle sue domande in particolare sugli attivi che riguardano la sicurezza nazionale».

Quanto ai colloqui avuti da Genish con Calenda e il presidente dell’Agcom Angelo Marcello Cardani, si è parlato di rete e della fatturazione a 28 giorni. Sulla rete è stato ribadito che si tratta di un asset strategico per l’incumbent e che qualunque soluzione che possa servire a migliorare il modello di equivalence già in atto non potrà prescindere dalla condizione che Telecom mantenga controllo e gestione dell’infrastruttura. Sulla bolletta a mese lunare, Tim ha chiesto ad Assitel e Agcom di aprire un tavolo di confronto, prendendo l’impegno di implementare le decisioni che saranno prese erga omnes.