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Quotate Mondo

Nasdaq, così speculazione e quotazioni elevate scatenano le vendite

di Vittorio Carlini
05 Settembre 2020

Da una parte il rischio concentrazione, e le vendite, legati all’hi-tech. Dall’altra le aspettative sulla politica monetaria della Fed. Sono tra i temi chiave per capire le recenti dinamiche di Borsa. Soprattutto negli Stati Uniti. Ieri, subito dopo il dato migliore delle attese della disoccupazione Usa, il Dow Jones ha resistito per un po’ in territorio positivo. L’S&P 500 invece (seppure in un primo momento con poca forza) è andato in rosso mentre il Nasdaq accelerava al ribasso. Poi nel tardo pomeriggio, con i listini europei che hanno contenuto le perdite (Milano ha chiuso in calo dello 0,8%), tutti gli indici Usa si sono abbracciati e sono scivolati più giù. Per infine, in tarda serata, recuperare parzialmente terreno.

Al di là delle singole percentuali, quali però le cause di questo andamento? Una motivazione, per l’appunto, è la concentrazione, l’alto peso sugli indici dei titoli hi-tech. Le cosiddette Famag (Facebook, Amazon, Microsoft, Apple e Google) valgono oltre il 22% dell’S&P 500 e quasi il 40% del Nasdaq composite. In un simile contesto le tecnologie, considerate tra i pochi settori in grado di crescere nell’attuale crisi economico-sanitaria, quando sono state comprate hanno tirato la volata all’intera Wall Street. Ora che, invece, sono oggetto di vendite spingono al ribasso, oltre che il loro settore, l’intera Borsa. Questo trend, peraltro, salta fuori non solo guardando all’ultima settimana. Da inizio anno l’S&P 500, nella sua versione tradizionale, cresce del 6,9% (chiusura al 3/9/2020). Quando però, soppesando tutte le società allo stesso modo, si riduce l’incidenza dei giganti hi-tech il saldo diventa addirittura negativo (-3,9%). E non basta. In Europa lo Stoxx 600, imbottito di minore tecnologia, nel 2020 ha in linea di massima la stessa performance sia nella versione “normale” (-11,8%) che in quella “equal weight” (-12%). Insomma: la tecnologia, soprattutto statunitense, dà. La tecnologia toglie.

Già, la tecnologia toglie. Siamo, allora, di fronte alla fine della luna di miele tra hi-tech e mercati? «Non penso -risponde Giacomo Calef Country Manager di Notz Stucky -. Più semplicemente», a fronte del Nasdaq composite che nel 2020 guadagna oltre il 26%, «è comprensibile che gli operatori vogliano portare a casa la plusvalenza». Anche perchè, con la prospettiva di avere il vaccino anti Covid-19 nel 2020 e di un’economia che (seppure lentamente) si potrà riprendere, «gli investitori guardano ad altri settori che sono obiettivamente in saldo».

Sennonché, rispetto alle vendite sui tecnologici, diversi esperti focalizzano l’attenzione su altri aspetti. Uno di questi è la speculazione sui derivati. In particolare sulle opzioni. Nello scorso mese c’è stata l’esplosione dei volumi di questi strumenti finanziari. Molti investitori (secondo il Financial Times SoftBank avrebbe recitato un ruolo primario in queste strategie) hanno comprato opzioni call (d’aquisto) sulle singole azioni hi-tech per scommettere sul loro rialzo. A fronte di un simile balzo dei volumi i venditori delle stesse opzioni si sono coperti acquistando o gli asset sottostanti o i loro future. In tal modo si è creato un circolo vizioso rialzista “artificiale” che, quale effetto collaterale, ha anche risvegliato la volatilità. Il Vix, da tempo su livelli comunque superiori a quelli di prima dello scoppio della pandemia, è balzato all’insù . Un evento che, unitamente all’ “artificiosità” del rally agostano di molte azioni hi-tech, ha fatto scattare le vendite.

Ma non è solo questione di speculazione. Un’altra causa del “sell off” è da riscontrarsi nella forte presenza di investitori privati fai-da-te. Il retail americano, ammaliato anche da piattaforme di trading gratuito come Robin Hood, è entrato in massa sui listini. «Si tratta di investitori - afferma Lorenzo Batacchi, portfolio manager di Bper Banca- che, operando spesso grazie a prestiti o ad altre forme d’indebitamento, hanno venduto alle prime difficoltà». Un comportamento che, inevitabilmente, ha contribuito ad «aumentare l’ampiezza del “sell off”». Quelle vendite che, a detta di diversi esperti, sono conseguenza anche di quotazioni troppo alte. La riprova? Il rapporto tra prezzo e utili. Alcuni studiosi sottolineano che il P/e medio delle Fanmag (Facebook, Amazon, Netflix, Microsoft, Apple e Google) è intorno a 41 mentre quello del resto dell’S&P 550 è circa 20 volte. Insomma: la differenza tra i due indicatori è elevata. Troppo elevata! Tanto che in molti dubitano possa giustificarsi con il solo migliore trend della redditività delle società tecnologiche.

Dal P/e alla Fed. Diversi esperti hanno delle perplessità sui reali effetti della strategia della banca centrale Usa. Questa, è noto, ha alzato il suo target medio sull’inflazione per consentirsi un più ampio raggio d’azione. Sennonché quando, come ieri, i dati macro segnalano il miglioramento dell’economia, i mercati subito, attendendosi il rialzo dei tassi (quello del T Bond a 10 anni è arrivato allo 0,7%) , scivolano all’ingiù. «Gli investitori -spiega Antonio Cesarano, Chief global strategist di Intermonte Sim - vogliono capire in che modo la Fed inizierà anche a controllare la curva dei rendimenti dei titoli di Stato. Cioè, vogliono sapere precisamente quale sarà il tetto oltre cui i tassi non potranno andare». Fino a quando questo non avviene i listini rimarranno agitati.