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Attualita

Bicicletta, cosa si può fare e cosa no al tempo del coronavirus

di Alex D'Agosta
29 Marzo 2020

È lecito usare la bicicletta ai tempi del coronavirus? È auspicabile che si inizi a pensare che la bici sia la soluzione principale alla disaffezione nel breve e medio termine all’uso dei mezzi pubblici?

Probabilmente sì. In Danimarca, in Germania, in Olanda, nel Regno Unito e negli Stati Uniti le autorità che si sono poste il problema hanno già dato proposte e raccomandazioni, orientate ad affrontare il presente e l'immediato futuro. Un futuro non chiaramente prevedibile ma dove, c'è da scommetterci, resterà un'onda lunga di “paranoia” nel salire nuovamente sui mezzi pubblici per paura di contagiarsi. E anche in auto con persone che non fanno parte della propria cerchia familiare.

Per questo, anche se al momento sono pochi, pochissimi i ciclisti che possono circolare regolarmente, è bene iniziare a porsi il problema oggi per non trovarsi impreparati domani, quando cioè la società cercherà di ripartire ma si troverà davanti limiti, confini, soglie, attenzioni, prescrizioni, sanzioni e frontiere sinora mai viste o al massimo sentite dire. Ma è altrettanto utile fare il punto per chiarire cosa si possa fare e cosa no, cogliendo l'occasione per ripassare e rivedere il ruolo della bicicletta nella società moderna.

Un bel tacer non fu mai scritto
Con l'emergenza Covid-19 in corso è facile toccare tasti sbagliati, far saltare i nervi. Per questo è necessario fare un po' di luce, possibilmente con obiettività. Paura, prudenza, rispetto delle norme: non si discutono. Il virus è ancora troppo poco conosciuto. Tutto è in costante evoluzione e revisione. La questione sotto il profilo sanitario è molto seria e grave. Per affrontarla nel modo più corretto, pertanto, si sono resi necessari provvedimenti indiscutibili, in misura sorprendente: da oltre settant'anni in Europa non si vedevano più simili limitazioni al movimento per prudenza o per imposizione. Bisogna cioè tornare alla seconda guerra mondiale, quando le biciclette in Italia furono “rastrellate” in funzione di esigenze militari e spesso ne era inibita la circolazione in prossimità di uffici e comandi militari tedeschi per limitare eventuali azioni eversive. Ora, durante il lockdown, il divieto di circolare non è assoluto, ma l'uso della bici dev'essere moderato al solo scopo utilitaristico, senza abusi, senza prese in giro, senza possibilmente farsi male.

Un odio da arrestare
Tuttavia, in questo momento difficile e caotico, che non si sa ancora quanto durerà con precisione, si sono viste anche insospettabili persone, in strada o dalla finestra, inveire nei confronti di coloro che si sono “azzardati” a fare sport. Sono purtroppo volati insulti anche a chi stava usando la bicicletta nel percorso casa-lavoro o nell'esercizio delle proprie funzioni, professionali o di volontariato. Questo perché si fa fatica in molte regioni a capire l'utilità e la validità della bici come mezzo di trasporto individuale. Un limite culturale che sfocia in manifestazioni di disapprovazione, in aumento a causa della crescente e generale isteria. Ed è su questo aspetto che si rende necessario un approfondimento su alcuni dei tanti temi “caldi” che circondano la bicicletta in questi giorni.

Il parere medico favorevole
In Svizzera, ha le idee molto chiare della validità dell'utilizzo della bicicletta in questa lunga quarantena anche chi è in prima linea a combattere la grave minaccia del Covid-19. È il caso del Dr. Christian Garzoni, specialista in medicina interna generale e malattie infettive nonché Direttore sanitario della Clinica Luganese Moncucco: «Non mi spiego innanzitutto il divieto di uscire in bicicletta per gli sportivi, se non per il fatto che sia legato al rischio di trauma o politrauma. Non penso proprio che una persona in bici si possa infettare, salvo il caso in cui si fermi a chiacchierare con qualcun altro da vicino: va ricordato che il virus si trasmette con contatti prolungati sotto i 2 metri. Oltretutto la gente è bloccata in casa e non fa più movimento: questo non fa bene alla salute. L'attività fisica in generale riduce il rischio di infezioni, come ampiamente dimostrato con la possibilità di contrarre la normale influenza. Parrebbe aiutare anche la Vitamina D. In assenza di carenze, offre un miglior controllo dell'evoluzione della malattia. Con l'aiuto del sole, poi, è ancora meglio: se ricordiamo i tempi dei sanatori per la tubercolosi, la luce solare migliorava il decorso dei pazienti».

Le opportunità da cogliere: all'estero chiare sin da subito
Ha iniziato la Germania con Der Spiegel, che già una settimana fa consigliava la bici più dei mezzi pubblici perché in grado di garantire la distanza sociale e un improbabile contagio dal virus. Come afferma nel suo intervento del ministro della salute tedesco Jens Spahn, confermato anche da scienziati di fama nazionale. In Germania il messaggio che è si è voluto far passare è quello che la bicicletta è indubbiamente meglio di metro e bus per fronteggiare il nuovo coronavirus. Nello stesso articolo, il noto pneumologo teutonico Michael Barczok, ha dichiarato che la possibilità di inalare il Covid-19 è “zero”. Questo contributo autorevole è subito piaciuto ed è stato commentato su Facebook anche dal CT della Nazionale azzurra di ciclismo Davide Cassani, che lo ha ripreso invitando alla discussione, concentrandosi sul fatto che la bicicletta garantisce la migliore “autoprotezione”: d'altro canto, i polmoni di chi pedala sono più “robusti”, meglio ventilati e capaci di meglio sopportare anche un eventuale “stress” dalla malattia.

In Danimarca, dove l'investimento delle infrastrutture ha portato Copenhagen agli onori delle cronache di tutto il mondo, all'apice della raccomandazioni governative relativamente ai trasporti ce n'è semplicemente una, chiarissima, legata alle due ruote: evitare del tutto i mezzi pubblici nelle brevi distanze e di conseguenza andare a piedi e in bicicletta. Auto nemmeno contemplata.

Ad Amsterdam, nella quale la distanza sociale ufficiale è di 1,5 metri, la stessa consigliata a livello mondiale per il sorpasso delle biciclette e dove notoriamente andare in bici al posto del trasporto pubblico è implicito, si trovano diverse opinioni favorevoli. I virologi, sempre pochi giorni fa, hanno raccomandato tramite i media l'uso della bicicletta, anche affiancati ma non in gruppi numerosi, a patto di mantenere le giuste distanze. Raccomandano l'uso della bicicletta perché il movimento è fondamentale per il sistema immunitario che, in questo momento, va mantenuto con grande cura alla massima funzionalità. Il medico della federazione triathlon olandese spiega che «Se un agente patogeno (come il Coronavirus) riesce a superare la prima linea, si scontra con la seconda: quella dei globuli bianchi che circolano nel sangue. Se il tuo sistema immunitario funziona meno, è più probabile che gli intrusi entrino nel tuo corpo». In quanto alla Vitamina D, per gli atleti raccomanda «0-25 microgrammi al giorno (che corrisponde a 800-1000 UI) per mantenere il livello desiderato». La sindaca della capitale Femke Halsema in un'intervista al quotidiano Het Parool raccomanda di «non affollare i mezzi pubblici, già da tempo ridotti nella frequenza», spingendo invece l'uso della bicicletta, descrivendola come «opzione migliore e più salutare del trasporto pubblico urbano».

Da Londra ci ha pensato The Guardian a lanciare per primo il sasso nello stagno. La federazione ciclistica inglese ha sollecitato l'incaricato all'emergenza Matt Hancock di consentire ancora la pratica sportiva, ma il vero obiettivo è ricordare alla popolazione che per quel terzo di spostamenti quotidiani inferiori alle due miglia, circa tre chilometri, è preferibile usare la bicicletta sia per evitare il contagio sia pensando alle conseguenze di medio e lungo termine della vita sedentaria per i diabetici o per i malati di patologie cardiovascolari. Al posto di vietare quindi è richiesto di spingere l'uso della bici in totale sostituzione dei mezzi pubblici a corto raggio e la ricetta è facile: secondo il prestigioso quotidiano è sufficiente dedicare apposite corsie stradali alla circolazione ciclistica con una semplice e veloce posa di coni.

Un po' come ha fatto Bogotà, una città caotica e pericolosa, che da vent'anni combatte contro inquinamento e criminalità grazie alle restrizioni del traffico. E che per prima ha ottenuto e misurato grandi miglioramenti su tutti i suddetti aspetti grazie alla circolazione delle persone in bici. La segreteria del sindaco ha comunicato ufficialmente che «come mezzo individuale, la bicicletta rappresenta una delle alternative più igieniche alla prevenzione del virus».

E se città come la nostra Firenze dichiarano un aumento di afflusso al bike sharing cittadino (altre, come Barcellona, purtroppo lo bloccano per evitare una regolare ma costosa sanificazione dei mezzi), metropoli come New York hanno calcolato sui soli ponti dell'East River un aumento del traffico ciclistico del 50% in modo spontaneo, ancora prima di passare al capitolo policy. La chiusura delle officine e la scarsa comprensione dell'uso professionale.

La chiusura delle officine e la scarsa comprensione dell'uso professionale
Restando nella grande mela, il sindaco De Blasio, ha preso atto di un boom della bicicletta, misurato con un aumento di traffico ciclistico complessivo del 67% rispetto allo scorso anno, confermato purtroppo anche da un 43% di incremento di incidenti a due ruote nella seconda settimana di marzo, che ha teso a scendere dopo l'inizio del lockdown. De Blasio, pur avendo dichiarato personalmente di aver paura e non essere in grado di pedalare nella sua città, ha comunque ritenuto di dichiarare che i negozi e i riparatori di biciclette dovessero essere esenti dalla chiusura per continuare a offrire un servizio utile alla popolazione.

In Italia la situazione è assai più complicata. In via generale, nel penultimo e nell'ultimo decreto anti Covid, sfogliando i codici ATECO, mancava il famigerato 95.29.02, che racchiude le officine per biciclette. Per l'ennesima volta, insomma, nonostante un parere positivo di Confindustria Ancma all'uso della bici, sempre come mezzo efficace nella prevenzione del contagio, i meccanici e riparatori di biciclette non sono stati tuttavia ritenuti attori di attività economiche “indispensabili” e quindi meritevoli di inclusione nella lista degli esoneri della maxi chiusura. Si possono comprare le sigarette, insomma, ma se andando a lavorare si avesse bisogno di riparare una gomma o sostituire una catena non sarebbe possibile. Qualcosa di fortemente anomalo ma non imprevedibile, perché anche dagli addetti ai lavori la bicicletta è vista, quando va bene, come un mezzo per andare al lavoro, già meno probabile a scuola, mentre la strada che la trasforma in un vero e proprio mezzo per effettuare il lavoro è assai poco percorsa in Italia: anche in questo caso ci si ricorda al massimo dei corrieri (i corridori professionisti sono stati esclusi a priori già dalla FCI). Mancano dall'immaginario e dalla pratica insomma tante professioni, in particolare artigianali, che possono essere valorizzate dalla bicicletta e dalla sua capillarità, velocità ed economicità di trasporto. Però per i meccanici più motivati e impegnati nella mobilità utilitaristica e non concentrati “solo” sui ciclosportivi, resta uno spiraglio. «Il decreto non dice che tutti gli esclusi dalle attività dell'allegato 1 del decreto stesso devono stare chiusi, indicando che restano sempre consentite anche quelle che sono “attività funzionali”» esordisce il dott. Daniele Pantini, (professione: commercialista, passione: bicicletta), presidente dell'Associazione EPMC Esperti Promotori Mobilità Ciclistica e presidente di una Fiab romana. Pantini ha studiato la legge e ne ha tratto le conclusioni: «Attività funzionali fa riferimento alla filiera di attività a cui è consentito restare aperte e in queste ci possono rientrare senza problema anche le attività di riparazione delle biciclette dei rider, ciclofattorini e tutti coloro che le bicicletta devono usarla per motivi di lavoro poiché soggetti appartenenti alle attività dell'allegato 1. Chi ritiene di dover stare aperto per offrire il suo servizio può richiedere il permesso attraverso il Modello di Comunicazione ai sensi dell'art. 1 comma 1 lettera d) del D.P.C.M. 22 marzo 2020. (Attività funzionali ad assicurare la continuità delle filiere dei settori di cui all'allegato 1 del medesimo D.P.C.M., dei servizi di pubblica utilità e dei servizi essenziali di cui alla legge n. 146/1990). L’attività di riparazione cicli può essere vista a supporto del settore postale ma anche di quello della distribuzione, o anche solo come riparazione del mezzo per permettere ai lavoratori “obbligati” a recarsi sul posto di lavoro. Il modulo e la procedura da seguire si trovano nei siti ufficiali delle rispettive prefetture (ad esempio qui).

La chiusura di ciclabili e piste ciclopedonali
Da Nord a Sud, è facile trovare recentemente nelle cronache locali notizie di chiusure di tratti di piste ciclabili o ciclopedonali. Spesso sono in zone turistiche o in tratti che costeggiano fiumi e laghi, anche in Svizzera. Quanto sia opportuno o meno limitare la libertà di praticare un'attività fisica all'aria aperta in questo momento non è in discussione. Anche se l'Oms ricorda con regolarità la necessità di svolgere attività motoria anche in questo periodo a scopo preventivo ma anche per evitare il peggioramento di patologie già in essere.

Tuttavia, a seguito di giusto input dall'alto per evitare gli assembramenti di persone, i singoli sindaci d'Italia hanno ritenuto spesso di aggiungere ai corretti divieti di chiusura dei parchi pubblici anche molti impedimenti alla percorrenza di piste ciclabili o ciclopedonali, sempre in ottica di contenere la diffusione del virus e prevenire la possibilità di avere occasione di farsi male e sovraccaricare un sistema sanitario già fortemente sotto stress. Però le criticità legate a questi fatti sono almeno due. Da un lato, per colpa di pochi non rispettosi delle norme, ci rimettono quegli utilizzatori totalmente autorizzati a muoversi per ragioni di lavoro o necessità, ivi inclusi i leciti acquisti di generi alimentari o farmaceutici. Dall'altra ci rimette la credibilità delle infrastrutture e del codice della strada: una pista ciclabile o ciclopedonale deve essere innanzitutto considerata una “lingua di sede stradale” dedicata al traffico dei velocipedi. Il fatto che siano affiancate spesso da panchine e che tanti individui abbiano continuato a riunirsi all'aperto, violando le imposizioni generali, è solo elemento che offre “aggregazione” e che andrebbe limitato mentre la percorrenza della sede stradale non dovrebbe essere impedita.

Volendo trovare appoggio giurisprudenziale, l'avvocato Glauco Stagnaro, esperto di diritto amministrativo del Foro di Genova, si è espresso a riguardo richiamando le decisioni del Consiglio di Stato (Sez. V, 14/4/2006, n. 2087 - conformi: Sez. VI, 20/5/2011, n. 3013; Sez. VI, 17/4/2007, n. 1736) secondo cui la Pubblica Amministrazione ha l'onere di assumere i provvedimenti di propria competenza nel rispetto del principio di proporzionalità, il quale implica che la stessa P.A. «debba adottare la soluzione idonea ed adeguata, comportante il minor sacrificio possibile per gli interessi compresenti. (…) le autorità comunitarie e nazionali non possono imporre, sia con atti normativi, sia con atti amministrativi, obblighi e restrizioni alle libertà del cittadino, tutelate dal diritto comunitario, in misura superiore, cioè sproporzionata, a quella strettamente necessaria nel pubblico interesse per il raggiungimento dello scopo (…) nel senso che nessun altro strumento ugualmente efficace, ma meno negativamente incidente, sia disponibile». Sotto questo profilo, la chiusura al pubblico della pista ciclabile sembra costituire una misura eccessivamente penalizzante a carico dei soggetti che intendono utilizzarla per gli spostamenti tuttora consentiti dalle vigenti disposizioni emergenziali (quali le esigenze inderogabili di lavoro). Le ordinanze in corso quindi potrebbero essere modificate precisando che restano ferme la possibilità di utilizzare le piste ciclabili/ciclopedonali per gli spostamenti strettamente connessi allo svolgimento di attività consentite in forza delle disposizioni statali e regionali vigenti (nonché nelle successive, eventuali disposizioni modificative e/o integrative), con esclusione di qualsiasi utilizzo per finalità ludiche, sportive e ricreative.