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Attualita

Strage Piazza Fontana, cosa è successo a Milano il 12 dicembre 1969

di Alberto Magnani
11 Dicembre 2019

Il boato, le schegge di vetro che volano nell’aria, lo choc. Lo stesso che dura da 50 anni quando si racconta quello che è successo. Il 12 dicembre 1969, a Milano, un ordigno esplode nella sede della Banca nazionale dell’agricoltura di Piazza Fontana.

La deflagrazione uccide 17 persone e ne ferisce altre 88, aprendo una ferita nel cuore di Milano che fatica ancora a rimarginarsi. È la strage di Piazza Fontana, il primo degli attacchi che scuoteranno il paese fino agli anni ’80 del secolo scorso.

Mezzo secolo dopo, esistono dei responsabili ma non state irrogate condanne: gli ispiratori della strage, neofascisti provenienti da una cellula di Padova, sono stati ritenuti «non processabili» perché erano già stati «irrevocabilmente assolti dalla Corte d'assise d'appello di Bari» per lo stesso reato. Ma andiamo con ordine.

Quando, dove, come si è consumata la strage
Nel pomeriggio di venerdì 12 dicembre 1969, la Banca nazionale dell’agricoltura di Piazza Fontana è più gremita del solito: è il giorno del mercato, quando imprenditori, coltivatori diretti e allevatori della provincia di Milano si riuniscono per «discutere i loro affari commerciali ed attendere al compimento delle operazioni bancarie presso gli sportelli», come si leggerà nei documenti processuali.

Fuori piove e fa freddo, un motivo in più per sostare nell’edificio insieme ai circa 300 dipendenti dell’istituto di credito. Alle 16:37 un ordigno di «elevata potenza» deflagra nel salone centrale, scavando un cratere di oltre mezzo metro nel pavimento: 14 persone muoiono sul colpo, altre due a distanza di qualche settimana. Una diciassettima vittima morirà un anno dopo, per una polmonite aggravata dalle lesioni riportate durante l’attentato.

Come è potuto succedere? Gli accertamenti successivi conducono alla scoperta di un ordigno collocato «sotto a un tavolo» nel salone circolare, non a caso quello riservato ai clienti. È una scatola metallica che comprimeva 7 chilogrammi di gelignite, un esplosivo con una potenza superiore alla dinamite. Gli effetti sono devastanti, ma la carneficina è l’acuto di una giornata convulsa. Alle 16:25, sempre a Milano, era stato rinvenuto un ordigno inesploso nella Banca Commerciale Italiana in Piazza della Scala, a neppure un chilometro in linea d’aria da piazza Fontana. Altri tre ordigni spuntano a Roma nelle stesse ore.

La prima bomba esplode alle 16:55 nel seminterrato della Banca del Lavoro in via Veneto, ferendo 14 persone. La seconda deflagra sull’Altare della Patria, sotto il pennone della bandiera, ferendo quattro persone. La terza entra in azione sui gradini del Museo del Risorgimento,f acendo crollare il tetto dell’Ara Pacis. Il bilancio della giornata è di cinque attentati nell’arco di 53 minuti, anche se l’unico a tradursi in una strage è quello che si è consumato a Piazza Fontana.

Ma cosa è successo dopo la strage?
Le indagini sulla strage si dipanano in un’odissea che sfiora i 40 anni di lunghezza, concludendosi senza condanne definitive . Il processo viene aperto a Roma, per poi essere spostato a Milano per incompetenza territoriale e infine a Catanzaro per questioni di «ordine pubblico». In un primo momento le indagini convergono sulla cosiddetta pista anarchica, portando a una serie di fermi in due circoli: il Circolo anarchico ponte della Ghisolfa di Milano e il Circolo 22 Marzo di Roma.

Al primo appartiene Giuseppe «Pino» Pinelli, un ferroviere milanese, già staffetta partigiana durante la Resistenza. Pinelli, sposato e padre di due figlie, viene condotto in questura il 12 dicembre. Tre giorni dopo il fermo, in una pausa degli interrogatori condotti dal commissario Luigi Calabresi, muore cadendo dal quarto piano della questura.

Le autorità rubricano il suo decesso come un «suicidio», scatenando un clima di tensioni che porterà a un isolamento sempre maggiore della figura di Calabresi. Il commissario viene assassinato con due colpi di pistola alle spalle il 17 maggio 1972. In una successiva sentenza del tribunale di Milano, verrà stabilito che Pinelli è morto per un «malore attivo», perdendo l’equilibrio mentre si trovava nei pressi della finestra.

Al circolo 22 Marzo appartiene Piero Valpreda, un ballerino 36enne con alcuni precedenti penali e la fama di testa calda. Valpreda viene arrestato il 15 dicembre 1969, “incastrato” da quella che viene ritenuta allora una testimonianza decisiva: un tassista, Cornelio Rolandi,  sostiene di aver caricato sulla sua vettura un uomo che assomigli a Valpreda, lasciandolo a pochi metri dalla Banca nazionale dell’agricoltura.

La testimonianza di Rolandi verrà poi accusata di diverse incongruenze, dai dubbi sul riconoscimento di Valpreda al tragitto percorso con il sospettato: poco più di 100 metri, una distanza che non avrebbe giustificato il ricorso a un taxi. Valpreda resta in carcere fino al 1972, quando viene rimesso in libertà a seguito di una legge (la 773/1982) che fissa limiti alla custodia cautelare anche nel caso di reati che prevedono il mandato di cattura.

Tra varie interruzioni il processo va avanti, ma l’attenzione si sposta su una nuova area di indagine: l’eversione neofascista. Gli inquirenti scoprono l’esistenza di una cellula di estrema destra veneta che orbita intorno ad Ordine nuovo, un movimento neofascista fondato dal futuro latitante Clemente Graziano.

Tra le figure chiave ci sono Franco Freda, editore e procuratore legale, uscito dal Msi per costituire il gruppo di ultradestra il Gruppo di Ar (e dirigere la casa editrice omonima, a tutt’oggi operativa) e Giovanni Ventura, a sua volta ex Msi e artefice di «Reazione», una rivista ciclostilata di inclinazioni neonaziste.

I due vengono incriminati per l’organizzazione dell’attentato, facendo emergere la complicità e i tentativi di copertura di servizi deviati. Tra i nomi che spuntano c’è quello di Guido Giannettini, un giornalista romano esperto di questioni militari che si sarebbe scoperto essere a libro paga dei servizi (il nome in codice è Agente Zeta) e avrebbe “commissionato” a Ventura una serie di attentati. Nel 1979 il tribunale di Catanzaro condanna all’ergastolo Freda, Ventura e Giannettini, tutti e tre fuggiti all’estero prima della pena; Valpreda viene assolto per la strage ma condannato a quattro anni e mezzo per associazione eversiva.

Nel 1981 Freda e Ventura vengono assolti in secondo grado, ma condannati a 15 anni per (altri) attentati compiuti a Padova a Milano. Il tribunale conferma la condanna di Valpreda e assolve Giannettini. Nel 1982 la Corte di Cassazione annulla la sentenza di secondo grado sulla strage di piazza Fontana e rinvia il processo a Bari, confermando solo l’assoluzione di Giannettini; la Corte d' Assise d' Appello assolve per insufficienza di prove Freda, Ventura, Merlino e Valpreda; la Cassazione renderà poi definitiva la sentenza nel 1987, confermando comunque la condanna di Freda e Ventura per gli attentati commessi fra la primavera e l’estate del 1969.

Nello stesso anno viene catturato a Caracas Stefano Dalle Chiaie, fondatore del gruppo rivoluzionario neofascista Avanguardia Nazionale, sospettato di coinvolgimento nella strage insieme al militante di Ordine Nuovo Massimiliano Fachini. Saranno entrambi assolti nel 1989 dalla Corte d' Assise di Catanzaro per non aver commesso il fatto.

Negli anni ’90 si apre una nuova fase istruttoria, condotta dal giudice Guido Salvini e basata sulle testimonianze di figure legate all’eversione nera, a partire dall’ex ordinovista Carlo Digilio. Digilio, noto come «Zio Otto» negli ambienti neofascisti, aveva collaborato all’esecuzione della strage occupandosi di valutare gli esplosivi utilizzati nell’attentato.

Gli imputati sono gli esponenti veneti di Ordine Nuovo Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi, oltre al neofascista milanese Giancarlo Rognoni (accusato di aver collaborato a vario titolo alla strage) e all’ex ordinovista Stefano Tringali, sospettato di favoreggiamento nei confronti di Zorzi.

Il 30 giugno 2001 la Corte d’Assise di Milano condanna all’ergastolo Zorzi, Maggi e Rognoni, stabilendo per la prima volta in maniera netta la responsabilità dell’estrema destra nella strage. Tringali viene condannato a tre anni di pena, Digilio risulta «partecipante all’0rganizzazione» dell’attentato ma gode delle attenuanti per la sua collaborazione e il suo reato viene prescritto.

La sentenza viene ribaltata in secondo grado con l’assoluzione dei tre imputati (Zorzi e Maggi per insufficienza di prove, Rognoni per non aver commesso il fatto). Affiora però la responsabilità di una cellula di Ordine Nuovo «capitanata da Franco Freda e Giovanni Ventura» nell’organizzazione dell’attentato.

La Cassazione confermerà la responsabilità dei due nel 2005, ma l’esito dell’odissea giudiziaria è paradossale: Freda e Ventura non possono essere condannati perché già assolti per lo stesso reato nel 1987. Le indagini su Piazza Fontana si concludono così, dopo 36 anni e 10 processi, senza colpevoli «dichiarati» e una contraddizione in termini fra la verità dei fatti storici e quella giudiziaria. Sono state accertate le responsabilità dei terroristi neofascisti, ma è impossibile irrogare una condanna a loro carico. Le spese processuali vengono addossate ai parenti delle vittime.

Per approfondire
● Strage di Bologna, Mattarella: eliminare le zone d’ombra
● Morto Delle Chiaie, uomo dei misteri della destra neofascista